Nel marketing non tutti i marchi sono uguali. Alcuni dominano il mercato, altri arrancano ai margini. Ma cosa distingue davvero un brand forte da uno debole? Byron Sharp, professore di marketing e autore del celebre How Brands Grow, ha sintetizzato questa dinamica nella teoria del Double Jeopardy, uno dei pilastri del marketing scientifico contemporaneo.

Secondo questa legge empirica, i marchi con quote di mercato ridotte non solo hanno meno clienti, ma devono affrontare una “doppia penalità”, un double jeopardy appunto: i pochi consumatori che li scelgono tendono anche ad acquistare meno frequentemente. Al contrario, i brand leader godono di un doppio vantaggio: hanno una base clienti più ampia e, in media, questi clienti mostrano livelli di fedeltà superiori.

La spiegazione è legata al principio della probabilità condivisa. I consumatori non sono rigidamente fedeli, ma distribuiscono i propri acquisti tra diverse marche all’interno della stessa categoria. Un brand grande entra quindi più facilmente nella “disponibilità mentale” dei clienti e viene scelto più spesso, mentre uno piccolo fatica sia a essere considerato sia a generare riacquisti.

Le implicazioni sono cruciali per le strategie di marketing. La fedeltà non si costruisce con programmi esclusivi o iniziative mirate a una nicchia ristretta, bensì ampliando la penetrazione: raggiungere più persone, in più occasioni, con messaggi coerenti e riconoscibili. In questo senso, pubblicità memorabile, distribuzione capillare e distintività visiva diventano armi decisive.

Il Double Jeopardy ci ricorda che, nei mercati di consumo, crescere significa prima di tutto essere presenti nella mente e sugli scaffali (disponibilità mentale e fisica), non inseguire fedeltà assolute. Per i brand emergenti, la sfida non è convincere pochi clienti a essere più fedeli, ma guadagnare l’attenzione di molti.

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Luca Scrimieri

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