GLI EFFETTI DELLA PUBBLICITA’. Tra Dagmar, Vaughn e altri.

PARTE 1. IL DAGMAR e la pubblicità.

Ogni stimolo pubblicitario è sottoposto ad una serie di passaggi che vanno dall’esposizione del messaggio al soggetto, all’elaborazione sino alla vendita vera e propria. Vediamo cosa succede quando un soggetto elabora il messaggio. Negli anni si è cerca sempre di studiarne le reazione tramite appositi modelli. I modelli classici, Dagmar prima e Aida poi prevedono una sequenza lineare, dai livelli cognitivi a quelli affettivi a quelli conativi, ovvero dal capire chi e cosa, si passa a ciò che si sente e poi alla prova/consumo/acquisto/riacquisto.

Il modello Dagmar, ad esempio, acronimo di Defining Advertising Goals for Measuring Advertising Results, proposto da COLLEY nel 1961, suggerisce come la definizione degli obiettivi sia la parte principale da cui si debba partire per realizzare una campagna efficace. Secondo Colley la comunicazione non riveste la funzione di indurre all’acquisto ma di avere un atteggiamento psicologico nei confronti dei prodotti e dei servizi. La pubblicità adempie ai suoi compiti quando porta il consumatore attraverso la nota sequenza:

CONOSCENZA > COMPRENSIONE > CONVINZIONE > AZIONE

Nel Dagmar la definizione di un obiettivo pubblicitario vuol dire decidere quale dei diversi compiti comunicativi si desidera realizzare attraverso la pubblicità. Un obiettivo pubblicitario è un compito specifico della comunicazione, che deve essere realizzato su un pubblico determinato, in misura determinata, in un periodo di tempo determinato. Per questo giungono in aiuto una check-list con la quale valutare ciascuno dei compiti promozionali relativamente al prodotto in questione e stimolare idee o decisioni alternative (fase difficile e cruciale nel processo decisionale), e delle linee guida che si strutturano intorno a sei categorie di analisi (note anche come le 6M). Vediamo velocemente queste ultime.

MERCE. Suggerisce una valutazione dei punti di forza e debolezza del prodotto. Quali benefici sono offerti? Rispetto anche a quelli offerti dalla concorrenza? Quali differenze?

MERCATI. Riguarda gli utilizzatori attuali e potenziali del prodotto e gli intermediari che li distribuiscono. Un obiettivo è individuare strategie di segmentazione alternative. Bisogna valutare gli effetti della pubblicità sui mercati così individuati, non solo il mercato degli acquirenti/consumatori finali ma anche quello dei grossisti, dei dettaglianti, ecc. e capire quali sono i fattori nevralgici nell’aumento delle vendite.

MOTIVAZIONI. Perchè il consumatore acquista? Quali sono le motivazioni razionali ed emotive alla base dell’acquisto? Quando e perchè il consumatore acquista quel determinato prodotto o servizio?

MESSAGGIO. Che tipo di richiamo pubblicitario può inflenzuare l’acquisto? Cosa è stato fatto nel passato e cosa dalla concorrenza?

MEDIA. Quali mezzi/media coinvolti nella propagazione del messaggio? Analizzare i vincoli degli stessi e le potenzialità.

MISURAZIONE. Si riferisce alle misure da ottenere durante questa fase di rilevazione, per fornire un termine di confronto e una guida per fissare gli obiettivi.

Il Dagmar ebbe una grande visibilità ed influenza. Introdusse il concetto di obiettivi della comunicazione, i modelli dei comportamenti e focalizzò l’attenzione sulla misurazione. Per capirne l’importanza basta guardare alle varie critiche e obiezioni mosse contro il modello nel tempo. Innanzitutto alcuni puristi sono convinti che solo la misura delle vendite è rilevante; per essi altri fattori quali conoscenza, reputazione, comprensione della marca o atteggiamento favorevole non influenzano le vendite e quindi non andrebbero misurate o comunque risultano difficili da misurare concretamente. Un’altra obiezione riguarda le difficoltà di implementare l’approccio delle 6M e della lista di verifica: per molti l’ideatore del Dagmar fornisce un ampio quadro di riferimento ma scarsa operatività. L’inibizione della fase creativa nella pubblicità e la sequenza lineare dei comportamenti, non sempre rispondente alla realtà dei mercati se non contestualizzati, completano le problematiche riscontrate nel modello descritto. (fonte: Aaker, Myers; Advertising Management)

IL PUBBLICITARIO

“Il nostro mestiere è all’incrocio dell’arte con il commercio” dice un famosissimo pubblicitario francese.

“Padroneggiamo un discorso che si vuole efficace ma che spesso fa sorridere e, a volte, commuove.

Incontriamo talenti fra i più diversi, dagli antropologi più attenti ai registi più di moda. Sviluppiamo un’agilità unica passando, nella stessa giornata, dall’universo infeltrito delle banche al mondo in accelerazione dei computer, dall’industria leggera a quella pesante, dai prodotti freschi alle automobili.

Costruiamo marche che hanno un loro modo di parlare e che, quando riusciamo a dar loro un’anima, trasformano l’attività dei nostri clienti.

Percepiamo le vibrazioni e le pulsazioni di mercato, intimamente convinti che sia l’unica a funzionare.

Combattiamo ogni giorno per avere nuovi contratti, al ritmo di fuggiasche gare più spesso perse che vinte perché non hanno che un vincitore.

Partecipiamo ad un’arte minore che, fra cento anni, sarà uno dei riflessi più importanti della nostra epoca.

Cerchiamo di lasciare belle tracce.

Troviamo delle idee che portano semplicità a problemi complessi.

Ci alziamo ogni mattina con la speranza di innamorarci di una nuova idea, speranza che a volte non è vana.

Questo mestiere è la pubblicità. Vendiamo delle idee. Vendiamo ciò che fa vendere”.

(fonte: Jean-Marie Dru, pubblicitario francese)

L’annus horribilis della comunicazione locale.

bellezza

L’annus horribilis della comunicazione locale.

Quello appena passato. Un pensiero che da tempo albergava nella mia testa, confermato dopo aver visto l’ennesimo e inutile supporto pubblicitario, uno dei più brutti mai visti. Valido nelle intenzioni ma pessimo nell’esecuzione, il che è ancor peggio visto che qualcuno lo ha anche pensato. Si, nessun dubbio, l’anno appena trascorso è stato un anno “brutto”, pubblicitariamente parlando. Basta guardarsi per strada, leggere un qualsiasi giornale, accendere la TV.  Appaiono così annunci improbabili, sbagliati tecnicamente, senza proporzioni, senza messaggio, senza alcun criterio grafico sottostante, per non parlare degli errori ortografici, la punteggiatura gratuita, i virgolettati, ecc. ecc.

Sembra incredibile l’incapacità delle persone di riuscire ad apprezzare il bello ma ancor più incredibile appare l’incapacità di alcuni di proporre “bellezza”. L’estetica è veramente un sesto senso, indubbiamente innato in alcuni, assolutamente assente in altri. Allora bisognerebbe insegnarla a scuola la “bellezza”, dovrebbe essere,  l’ “Estetica”, materia obbligatoria di studio. Requisito necessario per chi opera nel mondo della pubblicità. Eppure assistiamo a realtà che pur avendo incontrato la “bellezza” non la capiscono, e così anno dopo anno regrediscono, anziché evolvere e migliorarsi. Amano la bruttezza, di quella che non serve a niente, che inonda le nostre città e le sporca. Questa bruttezza viene data in pasto alla gente che ovviamente non capisce, non è stimolata e non reagisce come dovrebbe. Abbiamo bisogno di “bellezza” invece, sinonimo di progresso e civiltà, e chi fa il nostro lavoro, agenzia o azienda che sia, ne dovrebbe essere cosciente e capace di alzare l’asticella della qualità, anno dopo anno. Non di abbassarla. Se un’affissione è inguardabile, se un messaggio è pessimo e non funziona è colpa di chi lo progetta, non di chi lo legge. E bisognerebbe vergognarsi.

VERGOGNA

Perché pochi ci pensano ma una campagna di comunicazione orrenda sporca tutto: il nostro lavoro, i marchi che si tenta di pubblicizzare, i mezzi di comunicazione e quindi le nostre strade, le nostre città, le nostre case quando essa entra attraverso giornali, internet o tv. Tanto più brutta quanto più ci si concentra a livello locale, dove i nostrani spiriti manageriali e creativi riescono a dare il peggio di sè, con qualche eccezione ovviamente che non diventa mai regola o standard dir si voglia. Non che a livello nazionale le cose vadano meglio beninteso, ma localmente tutto ciò assume un significato grottesco, quasi masochista che andrebbe studiato meglio anche solo per curiosità clinica e amore della scienza. Ognuno ha le sue responsabilità ovviamente, ma ad ognuno di noi, attori principali e parte sana della comunicazione locale, consta il necessario dovere di creare cose belle. Ne abbiamo bisogno, tutti. Che il prossimo anno, quindi, sia un anno denso e colmo di bellezza.

La pubblicità comparativa

La pubblicità comparativa in Italia è possibile da circa 20 anni. Ma le aziende italiane che ne fanno un uso strategico sono molto poche. Vediamo rapidamente perché. Disciplinata dalla legge in maniera precisa, prima con il Dlgs n. 67/2000, poi con la Direttiva europea 2006/114/CE la pubblicità comparativa viene definita in questo modo: “qualsiasi pubblicità che identifica in modo esplicito o implicito un concorrente o beni e servizi offerti da un concorrente” (art 2 Dlgs 145/2007).

La pubblicità comparativa indiretta, cioè quella che allude a una marca concorrente, senza far nomi ma solo attraverso metafore, perifrasi o simboli, per quanto sia anch’essa disciplinata dalle stesse norme, non è una vera comunicazione comparativa. Il ricorso a espressioni come “un normale dentifricio” o “il prodotto che non lascia aloni come gli altri” seppur fortemente allusivo è spesso usato e ben tollerato. Sono numerosi gli esempi che si potrebbero fare. L’ultimo in ordine di tempo è il lancio della nuova Alfa Romeo Giulia che nel commercial televisivo dichiara chiaramente guerra alle berline tedesche, ma senza far nomi né comparandola ad un marchio o ad un prodotto preciso. Prende di mira l’universo automobilisco tedesco, indirettamente si riferisce alle tre note marche automobilistiche, ma non dice chi o in cosa sia effettivamente superiore. Lo lascia solo all’intuizione del pubblico. Un discorso a parte quando il confronto è evidente. Si parla in tal caso di pubblicità comparativa DIRETTA, implicita o esplicita. Nel primo caso, pur non citando il nome, i riferimenti sono tali da far riconoscere facilmente il concorrente. Nel secondo caso la comparazione è diretta (ricorderete le tabelle comparative delle tariffe dei tre operatori di telefonia italiana di qualche anno fa).

Esaminando i vantaggi e gli svantaggi di questa tecnica pubblicitaria si potrà facilmente intuire perché essa sia poco usata nel nostro paese.

Punti di forza della pubblicità comparativa.

  • Può fornire un maggior numero di informazioni sulla marca.
  • Può aiutare imprese emergenti e creare una certa popolarità, sfruttando quella di marche più conosciute.
  • Può ridurre la confusione del mercato sugli attributi importanti.
  • Può aumentare il ricordo della campagna.
  • Può stimolare e aumentare la qualità dei prodotti/servizi.
  • Può ridurre le barriere all’entrata nei mercati.
  • Può favorire la fiducia per gli sfidanti.
  • Può promuovere la competizione e stimolare l’innovazione.
  • Può guidare decisioni più razionali.
  • Può sviluppare i consumi.

Punti di debolezze della pubblicità comparativa.

  • Può danneggiare l’immagine di chi la propone.
  • Può scatenare una guerra aperta sui media.
  • Può fornire troppe informazioni che possono confondere.
  • Può ridurre la credibilità della marca.
  • Può essere fuorviante o scorretta.
  • Può regalare ai concorrenti spazi media gratuiti.
  • Può stimolare una concorrenza violenta.
  • Può aumentare lo scetticismo dei consumatori.
  • Può aprire contenziosi legali lunghi e onerosi.

L’attenzione alla pubblicità comparativa è massima per prodotti/marche in fase di lancio, per marche con basse quote di mercato o con alte quote di mercato. E’ valida se viene supportata con dati certificati, per prodotti o servizi ad alto coinvolgimento; è valida se sostenuta da un messaggio coerente, se le informazioni sono oggettive e il messaggio credibile, se associa il marchio a uno più conosciuto (per marchi a bassa quota di mercato) o se lo differenziano rispetto ai concorrenti (per marchi ad alta quota di mercato).

I marchi ad alta quota corrono il rischio di offrire pubblicità gratuitamente ai concorrenti e legittimare il loro ruolo. Per tale motivo, a meno che non siano costretti a difendersi, difficilmente una marca con alta quota di mercato la usa.

La pubblicità comparativa si basa su fatti oggettivi e ricerche. Se gestita male o superficialmente, a differenza della pubblicità non comparativa, espone l’azienda a forti rischi legali. Sono numerosi quindi i fattori da tenere in considerazione.

A parte il limite normativo, in Italia come in Europa, la cui rigidità sicuramente ne limita l’uso, vi è da dire anche che esiste un limite culturale. Un paese cresciuto con il Carosello (fenomeno esclusivamente italiano) la dice lunga su quali riserve e quali pregiudizi si avessero allora e continuano ad aversi nei confronti della pubblicità, ritenuta, a torto, colpevole per il suo fare persuasivo e manipolatore. Limiti che non solo hanno mal educato il pubblico di massa ma anche condizionato la creatività e il talento dei migliori pubblicitari, rinunciando a misurarsi su una tecnica, quella del confronto aperto, che metterebbe a dura prova la loro bravura e la qualità delle stesse aziende.

IL FALLIMENTO DEI MARCHI

Perché i marchi falliscono?

Perché si trascurano 3+1 principi. Da tenere sempre presenti se volete evitare il fallimento dei marchi. Eccoli…

1) Principio dell’irreversibilità.

Un marchio ben fatto contribuisce sicuramente al successo di un prodotto, a volte anche non perfetto ma, al contrario, un prodotto ben fatto non assicurerà mai il successo di un marchio fatto male. Il principio deriva dalla confusione tra marchio e prodotto. I clienti non acquistano quasi mai un prodotto. Esso racconterà al mercato solo ciò che si è in grado di offrire ma sarà il marchio e i suoi valori a fare la differenza tra i concorrenti e a stimolare l’acquisto. La confusione tra marchi e prodotti deriva a sua volta dalla scarsa conoscenza dei principi di posizionamento. Quando il marchio è considerato un prodotto non ci si può aspettare che esso vivi a lungo o venga preferito intenzionalmente rispetto ad altri. Acquistare un jeans Diesel non è la stessa cosa che acquistare un jeans che si può trovare in un mercatino rionale.
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I mercati comunicano. E le aziende? Il Cluetrain manifesto.

Era il 1999 quando il Cluetrain manifesto venne pubblicato per la prima volta.
Quando ancora la parola internet faceva pensare al porno, quando la rete cominciava a connettere le persone e non solo i computer, diventando il primo media sociale, anche se all’epoca nessuno aveva idea di cosa significasse. Quando l’e-commerce muoveva i primi passi e poneva le basi per una nuova economia, quando il marketing aziendale metteva fine alla sua agonia e cominciavano a cambiare le modalità di fruizione della pubblicità. Rick Levine, Christopher Locke, Don Searls e David Weinberger avevano intuito la portata dell’evoluzione e nel sito www.cluetrain.com provarono ad indovinare quale sarebbe stato il futuro dell’economia. Leggendo le 95 tesi di cui si compone il manifesto è possibile vedere quello che è accaduto sul web negli ultimi 16 anni.
Un rapido excursus su alcune di esse (la scelta delle stesse è personale) non potrà che farci constatare quanto gli autori avessero ragione all’epoca e quanto ancora ci sia da fare per tantissime aziende. Lasciamo la parola a loro:
1) I mercati sono conversazioni.
2) I mercati sono fatti di essere umani.

3) Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana.
9) Queste conversazioni in rete stanno facendo nascere nuove forme di organizzazione sociale e un nuovo scambio della conoscenza.
11) Le persone nei mercati in rete sono riuscite a capire che possono ottenere informazioni e sostegno più tra di loro, che da chi vende.
12) Non ci sono segreti. Il mercato on line conosce i prodotti meglio delle aziende che li fanno. E se una cosa è buona o cattiva comunque lo dicono a tutti.
14) Le aziende non parlano con la stessa voce di queste nuove conversazioni in rete. Vogliono rivolgersi ad un pubblico on line ma la loro voce suona vuota, piatta, letteralmente inumana.
16) Le aziende che parlano il linguaggio dei ciarlatani già oggi non stanno più parlando a nessuno.
19) Le aziende possono comunicare direttamente con i loro mercati. Se non lo capiscono potrebbe essere la loro ultima occasione.
20) Le aziende devono capire che i loro mercati ridono spesso. Di loro.
21) Le aziende dovrebbero rilassarsi e prendersi meno sul serio. Hanno bisogno di un po’ di senso dell’umorismo.
22) Avere senso dell’umorismo non significa mettere le barzellette nel sito web aziendale. Piuttosto, avere dei valori, un po’ di umiltà, parlar chiaro e un onesto punto di vista.
23) Le aziende che cercano di “posizionarsi” devono prendere posizione. Nel migliore dei casi su qualcosa che interessi davvero il loro mercato.
28) Molti programmi di marketing si basano sulla paura che il mercato possa vedere cosa succede realmente all’interno delle aziende.
29) Elvis l’ha detto meglio di tutti: “non possiamo andare avanti sospettandoci a vicenda”.
34) Per parlare con voce umana, le aziende devono condividere i problemi della loro comunità.
35) Ma prima devono appartenere ad una comunità.
40) Le aziende che non appartengono a una comunità della comunicazione sono destinate a morire.
45) Le intranet emanano noia (…)
46) Una intranet in buona salute organizza i dipendenti meglio di un sindacato.
50) Oggi, l’organigramma è fatto di link, non di gerarchi (…)
55) …comando e controllo sono visti con ostilità dai lavoratori della conoscenza e con sfiducia dai mercati on line.
74) Siamo immuni dalla pubblicità. Semplicemente dimenticatela.
78) Volete i nostri soldi? Noi vogliamo la vostra attenzione.
84) Conosciamo alcune persone della vostra azienda. Sono piuttosto bravi on line. Ne nascondete altri di bravi? Possono uscire ed entrare in gioco anche loro?
95) Ci Stiamo svegliando e ci stiamo linkando. Stiamo a guardare ma non ad aspettare.

Qualche mese fa due degli autori hanno proposto altre 121 tesi: “New clues”. Se anche questa volta ci hanno visto lungo come nell’ormai lontano 1999, ci aspettano anni di cambiamento e rivoluzione. I mercati come visto si adeguano. Ma le aziende?

Il branded content marketing. Una storia.

The Whispered Project (2010-2011). Una storia riportata come esempio di Branded Content Marketing. Progetto ideato da Fendi e avviato nel dicembre 2010 con la presentazione, nello show-room di Fendi a Milano, del libro The Whispered Directory of Craftsmanship edito da Mondadori Electa. Il volume, rivolto ad un pubblico internazionale, illustra l’unicità delle tradizioni legate alla maestria degli artigiani italiani, presentando marche, icone, storie e progetti che uniscono universi come arte, architettura, design, cibo, moda e musica in un unico progetto editoriale. A distanza di un anno, dall’unione di Fendi e Maserati prende vita il progetto The Italian Grand Tour, un viaggio a bordo di un’esclusiva special edition Maserati Gran Cabrio Fendi alla scoperta dei laboratori artigianali, delle botteghe e delle aziende raccontate nel libro. Il progetto si compone di due parti, la produzione di quattro filmati (road movie) che raccontano il viaggio e una grande festa presso palazzo Fendi a Roma il 27 ottobre 2011. I quattro filmati, che approfondiscono le modalità di produzione dei manufatti presentati, secondo il carattere informativo e culturale tipico del documentario, sono stati diffusi settimanalmente attraverso il canale Sky in un programma condotto da Fiammetta Cicogna e attraverso l’ambiente web, in formato ridotto, sul sito ufficiale del progetto, sulla pagina Facebook dedicata e sul canale you tube Fendi channel. Quello narrato è un valido esempio di Branded Content Marketing (fonte R.P. Nelli). Guarda il video The Whispered Project

Il branded content marketing. Cenni.

A cosa serve il Branded Content Marketing? Nessuna strategia può dirsi vincente se, pur avendo successo nel breve termine, causa un impoverimento di alcuni valori quali l’immagine della marca e la reputazione aziendale.

“The only advertising or marketing messages that affect relationship or bring about a change in attitude or behavior will be those that actually add value to the life of the business customer of the consumer. Entartainment adds such value if it really entertains. Information adds such value if it really is genuine useful. But what we see most of the rime is content that adds no value to anyone’s life except for the ego of the marketer. Too often, it is the case of marketers talking to themselves, not to their customer” (cit. Cheyfitz)

E’ elevato il rischio che il pubblico rimanga deluso nelle sue aspettative una volta attratto da un’avvicente iniziativa di entertainment. Delusione che sarà tanto più elevata quanto più è elevato il livello di reputazione aziendale da mettere in gioco.

“The more a brand has to gain from its reputation, the more it also has to lose. A high reputation not only means that consumers like what they have seen of the brand in the past, but also that they expect that they will like what they see in the future. The notion of expectations is higly interesting in assessing the value of non-traditional media marketing, as it per definition employs unconventional means that may be perceived as inappropriate” (cit. Dahlén-Granlund-Grenros).

La conoscenza del comportamento dei consumatori insieme alla conosenza dei mezzi, dei nuovi linguaggi, una puntuale pianificazione possono aiutare ma non è sufficiente. Le aziende devono pensare in una maniera più evoluta e spingersi oltre, dove ancora non sono arrivate. Il branded content marketing può aiutarle in tal senso. (sull’argomento cfr. R.P. Nelli)

Essere disruptive. La comunicazione non convenzionale.

Essere distruttive. La comunicazione non convenzionale.

Se non comunichi o continui a comunicare come sempre e questo non porta risultati evidentemente c’è qualche problema.

Un centro estetico, un centro fitness, un centro medico o anche un locale commerciale, gli esempi potrebbe essere innumerevoli, che si limitano a dire “noi facciamo questo..” “con uno sconto del…” “a maggio una promozione…”, “azienda leader nella tecnologia…” “da noi qualità e servizio”, “bla bla bla”, assomigliano sempre più a un “venghino signori venghino” di fantozziana memoria.

Pensate veramente che, in un mercato così affollato di messaggi pubblicitari, il vostro modo di comunicare abbia qualche chance di essere notato?

Pensate seriamente che, una volta realizzato un messaggio, magari anche buono, possiate adattarlo così com’è su tutti i supporti, anche in ambito digitale, senza tener conto delle caratteristiche della piattaforma sul quale lo inserite?

E comunque, in tal modo, pensate di dare valore al vostro marchio?

Dovete essere disruptive.

Disruptive vuol dire un modo diverso di pensare la comunicazione. Dirompente, atta a rompere gli schemi mentali abituali, i comportamenti standard. Il termine venne coniato da un famoso pubblicitario, Jean-Marie Dru, nel 1996, prima ancora che si parlasse di marketing non convenzionale. Molto di più che una comunicazione differente, Disruption è un metodo, un modo di pensare e una forma mentis. Un modo di interrogare la realtà, di rompere con ciò che è stato e di rifiutare le convenzioni.

Analizzare lo scenario, identificare il punto di rottura delle convenzioni e dar vita a una nuova visione. Un’idea disruptive, che può nascere da un nuovo servizio offerto, dall’osservazione della realtà aziendale o da un semplice cambiamento nella comunicazione, può già contenere in sé una nuova visione del marchio o dell’azienda. Una visione disruptive, se ben focalizzata, è quanto di più potente abbiate mai provato nel mondo della pubblicità. A ben pensarci cominciare a comunicare, per alcune realtà, è già disruptive. Ma questo è un altro discorso!

Benvenuti in una nuova era.

(estratto da “30 e + idee per avere successo” scaricabile su www.k80.it)

Davide, Golia e il marketing

Davide sconfisse Golia con un metodo. Il re guerriero conosceva il suo avversario, la sua forza e le sue debolezze. L’esperienza in tante battaglie gli suggerì di non essere avventato, di domare la rabbia e l’orgoglio e di sfruttare la sicurezza dell’avversario a suo vantaggio. Si fece raccontare dagli uomini dell’esercito israelita le numerose e vittoriose sfide di Golia. Rifiutò l’armatura perché lo rendeva pesante. Sapeva che doveva puntare sulla sua agilità rispetto al gigante, e sapeva che doveva evitare un corpo a corpo ed esser lontano dalla portata della spada del suo avversario e non si irretì quando Golia, vedendolo come un ragazzino, lo derise. Sappiamo come è finita. Tramortito da una pietra scagliata dalla fionda di Davide, Golia si ritrovò la testa mozzata dalla sua stessa spada. Continua a leggere

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