IL PUBBLICITARIO

“Il nostro mestiere è all’incrocio dell’arte con il commercio” dice un famosissimo pubblicitario francese.

“Padroneggiamo un discorso che si vuole efficace ma che spesso fa sorridere e, a volte, commuove.

Incontriamo talenti fra i più diversi, dagli antropologi più attenti ai registi più di moda. Sviluppiamo un’agilità unica passando, nella stessa giornata, dall’universo infeltrito delle banche al mondo in accelerazione dei computer, dall’industria leggera a quella pesante, dai prodotti freschi alle automobili.

Costruiamo marche che hanno un loro modo di parlare e che, quando riusciamo a dar loro un’anima, trasformano l’attività dei nostri clienti.

Percepiamo le vibrazioni e le pulsazioni di mercato, intimamente convinti che sia l’unica a funzionare.

Combattiamo ogni giorno per avere nuovi contratti, al ritmo di fuggiasche gare più spesso perse che vinte perché non hanno che un vincitore.

Partecipiamo ad un’arte minore che, fra cento anni, sarà uno dei riflessi più importanti della nostra epoca.

Cerchiamo di lasciare belle tracce.

Troviamo delle idee che portano semplicità a problemi complessi.

Ci alziamo ogni mattina con la speranza di innamorarci di una nuova idea, speranza che a volte non è vana.

Questo mestiere è la pubblicità. Vendiamo delle idee. Vendiamo ciò che fa vendere”.

(fonte: Jean-Marie Dru, pubblicitario francese)

CREATIVITÀ E STRATEGIA

Il rapporto tra creatività e strategia e, conseguentemente, tra creatività e marketing è stato sempre un rapporto difficile, una relazione che è ancora distante dal trovare un equilibrio. Bisognerebbe innanzitutto chiedersi cosa è  la creatività e in che termini la pubblicità si riconosce in essa. Dare una definizione di creatività è compito altrettanto arduo.
Il matematico Henri Poincare’ nel 1908 definirà la creatività come “la capacità di associare elementi esistenti in nuove combinazioni, utili” e i suoi suggerimenti saranno ripresi nel 1926 da Graham Wallas che a New York, nel tempio della pubblicità, formulerà quello che ancora oggi viene ritenuto un validissimo modello di descrizione del processo creativo, dividendolo in quattro fasi: preparazione, incubazione, intuizione, verifica. A questo modello, nel tempo, ne sono seguiti molti altri ma esso rimane tuttora il più semplice ed efficace e, aggiungendo una fase di decondizionamento e una fase di stimolazione, diventa anche uno dei più completi. È a questo modello che Bill Bernbach, giusto per citare uno dei più grandi creativi di tutti i tempi, si ispira. (Cfr. Mara Mancina, Bill Bernbach e la Rivoluzione Creativa). Il pensiero di Bernbach in proposito si può leggere nella prefazione al libro ‘Tecniche per produrre idee’ di James Webb Young. Egli scrive “un chimico può senza problemi mettere insieme un corpo umano. Ciò che non può fare è infondergli la scintilla della vita. Young scrive sulla scintilla della creatività, l’idea, che porta spirito e vita a un messaggio pubblicitario“. È l’idea quindi l’anima della pubblicità creativa. Una grande idea, concetto che verrà ripreso poi anche da David Ogilvy (The big idea). Ma ad essa deve seguire una corretta esecuzione altrimenti l’idea, per quanto brillante possa essere, rimarrà solo una grande idea. Ed è nella fase dell’esecuzione che si riprende la strategia, per un continuum con gli obiettivi dell’azienda (e qui fa capolino il marketing sia aziendale che d’agenzia beninteso), elementi di successo della comunicazione. Infatti non a caso nelle vere agenzie creative si parla di problema di marketing, obiettivi aziendali legati alla comunicazione, strategia, processo creativo, esecuzione, feedback sulla strategia. E qui si ricompone il rapporto tra creatività e strategia.
Questo potrebbe non piacere ai creativi, che si ritengono in genere liberi da schemi, processi e definizioni, e generalmente coinvolti solo nel momento della produzione delle idee. Ma se ci credeva Bill Bernbach, fondatore della rivoluzione creativa, inventore della coppia creativa, socio della DBB, agenzia che, dagli anni ’50 in poi, fornirà esempi di creatività da rimanere sbalorditi, ci possono credere anche i nostri creativi contemporanei. Dopo di lui la pubblicità non fu più la stessa (ndr). Anzi, visto lo stato dell’arte della pubblicità, dovrebbero crederci un po’ di più e, insieme ad essi, anche la maggior parte dei marketing general manager che dir si voglia delle varie imprese italiane. Lo stesso Bernbach ritiene che la qualità di un’idea dipenda da molti fattori, non ultimo l’istinto, il bagaglio culturale e i geni ereditari ma, badate bene, ognuno di “noi trarrà il massimo vantaggio da tutti questi fattori se seguiremo le procedure qui esposte” (cfr. ancora su Bernbach il testo di Mara Mancina). Bernbach insisteva su questo. Niente regole perché quelle si uccidono la creatività ma un metodo, che nel suo caso partiva sempre imprescindibilmente dalla conoscenza del prodotto e dalla consapevolezza che la pubblicità deve aiutare a vendere. Ancora una volta si ricompone il rapporto tra creatività e strategia.

“Chi lavora in pubblicità senza ammettere che lo scopo finale è vendere un dato prodotto è un impostore” chiudendo ancora con l’aiuto di Bernbach.

LA SPECIALIZZAZIONE DEL BRAND

La specializzazione del brand.

[Pillole di Marketing].

La specializzazione è la strategia di branding più importante in assoluto, uno dei fattori fondamentali quando si parla di Posizionamento di Mercato. In un mondo nel quale la parola chiave per tutti sembra “espandersi”, una delle migliori soluzioni sembra essere esattamente l’opposto: specializzarsi, cioè concentrarsi al meglio su quello che si è più bravi a fare, ottenendo così forti vantaggi in termini di efficienza o di risparmio. E’ un processo di semplificazione che rispetta il funzionamento della nostra mente. Siamo infatti abituati ad associare ad un prodotto/servizio un Brand e quando a un Brand ne colleghiamo tanti, si genera invece confusione e il marchio perde gran parte del suo potere e del suo appeal nella mente dei possibili clienti. Le grandi marche lo sanno bene. Se pensiamo a nomi come Lipton, Algida, Calvè, Knorr, Findus, Lysoform, Svelto, Mentadent, la maggior parte di noi riesce ad associare immediatamente il tipo di prodotto collegato alla marca. Ma tutti questi brand appartengono ad un’unica azienda, la Unilever, multinazionale anglo-olandese che ha scelto la strada della specializzazione (come anche Procter & Gamble ad es.). Immaginate che confusione se al supermercato trovassimo invece tanti prodotti sotto un unico grande marchio: Maionese Unilever, Cornetto Unilever, ecc.  Nonostante ciò sono tante le aziende che affiancano al marchio numerosi prodotti o servizi, spesso diversi tra loro e comunque non funzionali diluendone la forza, cannibalizzando le vendite e generando sconcerto nei consumatori. Peraltro, il nemico della specializzazione è appunto l’estensione di linea di cui abbiamo parlato nella pillola precedente.

(fonte: A. Ries; L. Centenaro).

L’ESTENSIONE DI LINEA SERVE?

ESTENSIONE DI LINEA. E’ UTILE?

[Pillole di Marketing]

L’estensione di linea è probabilmente una delle tecniche di marketing più utilizzate dai manager. Normalmente il ragionamento è questo. La marca X è molto conosciuta e gode di un discreto successo. Estendo la marca X su un altro prodotto/linea Y in modo da ottenere gli stessi risultati in termini di immagine e fatturato del prodotto ricevente la marca.

Estendere la portata di una marca contribuirebbe quindi a sfruttare sino in fondo la risorsa costituita dalla marca nonché dare origine a sinergie attraverso una accresciuta visibilità sia della marca stessa che della nuova linea/prodotti Y. In realtà l’estensione di linea nasconde delle insidie che vanno considerate per bene altrimenti il risultato sarà diluire la forza della marca indebolendola e rendendo meno chiara la linea dei prodotti offerti. L’estensione quindi è fattibile solo quando la marca si applica in ambienti in cui è adatta/serve, nei quali aggiunge valore e crea nuove associazioni/sinergie che ne aumentano il valore.

In caso di dubbi, essendo un processo non semplice, meglio lasciar perdere.

PRIMA ACQUISISCI, POI FIDELIZZI.

Prima acquisisci, poi fidelizzi. Ovvero quanto è importante orientarsi alla concorrenza piuttosto che al cliente.

Parlano di fidelizzare il cliente, di orientamento al cliente ma non sanno come acquisire un cliente. Già.

L’argomento della fidelizzazione sembra essere più frequentato rispetto a quello dell’acquisizione clienti. Il mantra che lo circonda è: acquisire un cliente costa di più che mantenerlo per cui meglio renderlo fedele. Il che è assolutamente vero, i clienti che si mantengono sono il vero patrimonio dell’azienda, ma altrettanto vero è che prima di fidelizzare bisogna conquistare. Si ritiene che la fidelizzazione sia un’attività di marketing mentre quella di acquisizione clienti sia un’attività di vendita. Sbagliato. Ricercare nuovi clienti è l’attività principale del marketing. Il marketing non è altro che un sistema di vendita della propria marca, del prodotto o servizio finalizzato a raggiungere determinati obiettivi.

Acquisire clienti infatti vuol dire rivolgersi all’esterno, combattere la concorrenza, comunicare, convincere nuovi acquirenti della tua esistenza e fornir loro una ragione plausibile della tua esistenza e del perchè debbano essere tuoi clienti. Cioè in tre righe ho praticamente descritto un piano di marketing.

Il marketing non è altro che un sistema di vendita della propria marca, del prodotto o servizio.

Vedi anche la potenza del marketing.

Vediamo un pò. La strategia di fidelizzazione può essere definita come l’organizzazione di tutti gli strumenti atti ad aumentare la fedeltà del cliente. La fedeltà può essere definita “un profondo impegno al riacquisto verso un determinato prodotto o servizio nel futuro nonostante le influenze e gli sforzi di marketing che potrebbero determinare un cambiamento dei comportamenti d’acquisto”. Il fattore principale per la creazione di una elevata fedeltà del cliente consiste nello sviluppare un elevato valore per il cliente, superiore rispetto alla concorrenza.

Ciascuna marca/prodotto/servizio consta di un tasso di fedeltà, cioè la percentuale di acquirenti che, avendo acquistato la marca A le volte precedenti, continua attualmente a comprarla, e un tasso di attrazione, ovverossia la percentuale di acquirenti che, avendo acquistato in precedenza marche della concorrenza, d’ora in avanti acquisterà la marca A.

Una strategia di fidelizzazione presuppone un forte orientamento al cliente, perchè per renderlo fedele devi conoscerlo e assecondarlo. L’orientamento al cliente viene infatti definito, nei sacri testi, in tal modo: “l’impresa adotta il punto di vista del cliente come criterio guida delle azioni di marketing. Così facendo è in grado di adattarsi al massimo grado possibile alle esigenze di coloro che effettuano l’acquisto”. In poche parole fare tutto per i clienti.

Ora fate attenzione: nelle righe precedenti abbiamo detto che il fattore principale per la fedeltà è costruire un elevato valore superiore alla concorrenza e che l’attrazione della marca si esercita nei confronti della concorrenza. Va da sé che l’azienda debba orientarsi quindi alla concorrenza, altrimenti come farebbe a costruire le basi per la fidelizzazione? Per questo l’orientamento al cliente non serve a niente e la sua definizione è un puro esercizio teorico. L’acquisizione del cliente e la relativa fidelizzazione si ottiene orientandosi alla concorrenza.

Studi, analizzi, posizioni e attacchi. Allora acquisisci, cresci e fidelizzi.

In realtà in un’impresa non c’è nessuna differenza tra acquisire e fidelizzare. Fidelizzo il cliente nel momento stesso in cui lo acquisisco e faccio in modo che ricompri da me. La differenza tra le due azioni, come quella tra orientamento al cliente e alla concorrenza la lasciamo ai consulenti.

Per molti consulenti è più facile parlare di fidelizzazione e di cliente piuttosto che di acquisizione e di concorrenza. Ovvio che sia così. Avete già dei clienti. E’ più facile lavorare sull’esistente e costa anche meno. Invece vendere il prodotto o servizio che trattate, aumentare il numero dei clienti, il fatturato della vostra attività è cosa ben diversa e molto più difficile.

La prima preoccupazione della stragrande maggioranza degli imprenditori è aumentare il fatturato. Quindi come conquistare nuove quote di mercato e nuovi clienti. Come diventare i reali protagonisti del settore. La fidelizzazione è una semplice conseguenza. Parleremo anche di questo e di cosa bisogna fare, con tre/quattro mosse, per fidelizzare la clientela e fare in modo che preferisca sempre te piuttosto che altri.

Come si fa ad aumentare le vendite? Come si fa a vendere in modo da garantire alla vostra impresa solidità e prosperità?

Ve lo dico fuori dai denti, gran parte dei consulenti non ha la minima idea di come rispondere a queste domande, di quali attività e strumenti un’impresa abbia bisogno per acquisire i clienti.

Il marketing presta il fianco a molti truffa-fuffatori di professione, i cui danni sono purtroppo visibili solo dopo. Purtroppo tanti imprenditori ne fanno le spese e rischiano di sperperare investimenti e rovinare la loro attività. Ne deriva una gran confusione da parte degli imprenditori stessi che, nella migliore delle ipotesi, preferiscono star fermi. Ma star fermi vuol dire sopravvivere. Star fermi vuol dire uscire prima o poi dal mercato. Evitare i consulenti di marketing dovrebbe essere la prima regola da seguire per un imprenditore.

Partiamo dal presupposto che non esiste un cliente fedele. A meno che il vostro prodotto/servizio non sia veramente unico, esclusivo, necessario in modo da porvi come monopolista (ah la cara vecchia lezione di economia all’Università), la fedeltà del cliente è un concetto assolutamente astratto. Per questo meglio guardare alla concorrenza. Sapere ciò che fanno i tuoi concorrenti, i loro servizi, le loro politiche di comunicazione, le loro azioni, i prezzi, ecc. Rispetto a questi trovare delle differenze e lavorarci. Questo non vuol dire non tener presente le esigenze dei clienti. Il prodotto o il servizio che vendete deve essere valido e atto a soddisfare le loro esigenze. Siete ristoratori, baristi, albergatori, dovete cucinare bene, servire un ottimo caffè, accogliere bene, siete fisioterapisti/operatori del benessere, chiaramente dovete esser competente nel metter le mani su una persona e trattarla bene. L’orientamento al cliente è scontato, ciò che non è scontato è offrire al cliente delle differenze rispetto agli altri. Un prodotto artigianale? Un semilavorato esotico poi completato nel vostro laboratorio? Una combinazione di ingredienti? Una ricetta che solo voi potete fare? Un metodo di accoglienze e gestione del cliente che vi distingua e che vi ponga agli occhi dei clienti come unico? Un protocollo di esercizi e terapie in grado di contrastare il dolore sciatico? Come fate a capire cosa se non conoscete la concorrenza? Se siete bravi e studiate la concorrenza, coerenti con ciò che promettete e con tutte le leve di marketing corrette, rispetto al mercato cui vi proponete, al target cui puntate, al servizio/prodotto che offrite, con un brand (marca) posizionato e percepito secondo i dettami del marketing non avrete bisogno di finti consulenti interessati solo al vostro portafoglio. Avrete bisogno probabilmente di comunicare bene questo brand e tali differenze. E anche lì bisogna prestare attenzione. C’è sempre un grafico free-lance che si traveste da comunicatore e che si spaccia per quello che non è. Un problema sempre attuale. Ma ci sono imprenditori che cominciano a separare i mediocri dai bravi, i truffa-fuffatori dai professionisti, capaci di farvi fare numeri. Comincia con K80&Associati

Riepilogando, quindi, le parole d’ordine sono guardare la concorrenza, capire come fare per acquisire clientela e come crescere, poi fidelizzare.

Studi, scopri, analizzi, posizioni, attacchi, acquisisci, fidelizzi.

Studi, scopri, analizzi, posizioni, attacchi, acquisisci, fidelizzi.

Studi, scopri, analizzi, posizioni, attacchi, acquisisci, fidelizzi.

Il tuo nuovo mantra.

COME AVERE UN MARKETING POTENTE ANCHE SE FINORA TUTTO TI HA DELUSO.

Come avere un marketing potente anche se finora tutto ti ha deluso. Spesso mi sento dire: “questa pubblicità non ha funzionato”, “ho fatto un po’ di affissioni ma non ho avuto alcun risultato”, “ho fatto un sito ma non so cosa farne”. Il parametro con cui si misura il successo di una qualsiasi iniziativa, per qualsiasi imprenditore, sono l’aumento delle vendite, il numero dei clienti che si è rivolto ad essi, in poche parole un riscontro economico.

Se non vuoi più avere problemi in tal senso sei capitato nel posto giusto. Ti spiegherò le formule per cui ogni iniziativa sarà un successo. Non ti piacerebbe investire 1 euro e riceverne 10. Basta solo un po’ di conoscenza e determinazione.

Non puoi proprio permetterti di buttare soldi all’aria. Hai un’azienda, da te dipendono personale e famiglie per cui devi necessariamente porre attenzione a ciò che fai. Da oggi potrai cominciare a stare più tranquillo.

Basta affidare il tuo marketing a chi lo sa gestire. Fino ad oggi hai fatto da solo oppure ti sei rivolto a persone che ne sapevano meno di te. Adesso basta. E’ tempo di cambiare. I tuoi problemi sono terminati.

Nel marketing o nella comunicazione il problema è sempre a monte. Prima di avviare una qualsiasi iniziativa pubblicitaria è necessario porre attenzione a qualche elemento. Il successo di una iniziativa di marketing va preparato scrupolosamente a tavolino.

Le persone cui ti sei rivolto quanto tempo ti hanno dedicato?

Hai mai avuto la sensazione che una volta definito il discorso economico e pagata la cifra pattuita l’interesse della pseudo agenzia o del finto professionista cominci a svanire, giorno dopo giorno, fino a perdersi del tutto?

Hai mai provato a chiedere una modifica al sito dopo qualche anno dalla creazione dello stesso? Cosa ti sei sentito dire?

Hai mai provato a chiedere di più e hai visto come ti è stato risposto?

Se non vuoi più incorrere in queste situazioni che farebbero passare la voglia di investire in comunicazione e pubblicità anche al più tenace degli imprenditori ora hai una soluzione. Guarda il sito dell’agenzia www.k80.it , leggi gli altri miei articoli in questo blog, guarda tutte le nostre esperienze. Chiamaci e fai tante domande. Siamo qui per questo e facciamo questo lavoro per scelta non per caso.

Comincia a ragionare su questo.

Definisci i tuoi obiettivi.

Cosa ti aspetti realmente da un’azione di marketing o di comunicazione?

Definisci una strategia.

Basta una bozza. Scrivila, buttala nero su bianco, scrivi ciò che ti viene in mente legato al tuo mercato, al tuo prodotto, alle caratteristiche dei tuoi servizi, ai tuoi punti di forza e debolezza. Prova ad immaginare una cifra da dedicare completamente al marketing. Stabilisci un budget, in percentuale del tuo fatturato. Oppure hai già un piano di marketing, creato dal tuo direttore marketing o dal tuo consulente fidato. Ok. Lo leggeremo e…. no scusa. Non voglio prenderti in giro. Lo butteremo via e ricominceremo daccapo. Se tu avessi direttori o consulenti in gamba non saresti a questo punto e francamente non avresti bisogno di me.

Con questi pochi elementi riusciremo a costruire insieme a te una politica adeguata. Ragioneremo pensando al tuo mercato, a quanto è importante penetrarlo con la giusta pressione e frequenza. Non voglio cominciare adesso a parlarti in gergo tecnico, ma ti prometto che ne parleremo insieme, alla fine avrai piena conoscenza di determinati strumenti e tante cose, che altri presunti professionisti ti tenevano nascoste perché temevano di perderne il controllo o perché semplicemente non le conoscevano, riuscirai finalmente a padroneggiarle. La tua comunicazione non avrà segreti. Ti ripeto ancora una volta che ne parleremo, cambieremo probabilmente qualcosa e litigheremo probabilmente perché per avere quello che vuoi dovrai fare cose che non sai. Si è proprio così. Se vuoi mettere il turbo alla tua azienda dovrai affidarti a tutta la potenza del marketing, a ragionare con nuove modalità, per sfruttare tutte le occasioni che si presenteranno.

Se vuoi più vendite devi capire come avere un marketing potente anche se finora tutto ti ha deluso.

Se ti rivolgi già ad un’agenzia e non hai i risultati che vuoi devi solo lasciar perdere e cambiare. La tua pubblicità non deve essere carina, non deve essere creativa, o fatta bene, la tua pubblicità deve farti esplodere, deve funzionare all’ennesima potenza.

Se hai un grafico interno o lavori già con un grafico free-lance, devi lasciar perdere e cambiare. E’ solo una perdita di tempo e soldi. Un free-lance non potrà mai portarti dove vuoi tu, perché non ha competenze di marketing, non sa che la progettazione grafica di un qualsiasi strumento deve essere preceduta da un’analisi, deve essere testata su più fronti, non conosce il copy e non sa cosa voglia dire ritorno dell’investimento. Però fa cose carine, fa siti carini…. Te lo ripeto ancora una volta e voglio che te lo fissi in testa una volta per tutte. Un grafico free-lance o una partita iva travestita da agenzia è ciò che ti porterà a chiederti sempre: “come mai questa cosa non funziona”.

Se fino ad oggi ti sei rivolto ad un consulente di marketing, che nella sua carriera vanta qualche corso di marketing, fa il formatore e ti parla della PNL applicata al marketing e alle vendite…. Non hai molto tempo per salvarti. Ok. Hai capito il mio pensiero.

Se vuoi che non capiti più adesso sai cosa fare.

Analisi- Strategia- Posizionamento- Target- Mezzi. Penetrazione- Pressione-Frequenza-Mix saranno le nuove parole d’ordine che ti guideranno da risultati mediocri a risultati importanti, dall’essere una delle tante aziende a diventare un protagonista del tuo mercato.

I mercati comunicano. E le aziende? Il Cluetrain manifesto.

Era il 1999 quando il Cluetrain manifesto venne pubblicato per la prima volta.
Quando ancora la parola internet faceva pensare al porno, quando la rete cominciava a connettere le persone e non solo i computer, diventando il primo media sociale, anche se all’epoca nessuno aveva idea di cosa significasse. Quando l’e-commerce muoveva i primi passi e poneva le basi per una nuova economia, quando il marketing aziendale metteva fine alla sua agonia e cominciavano a cambiare le modalità di fruizione della pubblicità. Rick Levine, Christopher Locke, Don Searls e David Weinberger avevano intuito la portata dell’evoluzione e nel sito www.cluetrain.com provarono ad indovinare quale sarebbe stato il futuro dell’economia. Leggendo le 95 tesi di cui si compone il manifesto è possibile vedere quello che è accaduto sul web negli ultimi 16 anni.
Un rapido excursus su alcune di esse (la scelta delle stesse è personale) non potrà che farci constatare quanto gli autori avessero ragione all’epoca e quanto ancora ci sia da fare per tantissime aziende. Lasciamo la parola a loro:
1) I mercati sono conversazioni.
2) I mercati sono fatti di essere umani.

3) Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana.
9) Queste conversazioni in rete stanno facendo nascere nuove forme di organizzazione sociale e un nuovo scambio della conoscenza.
11) Le persone nei mercati in rete sono riuscite a capire che possono ottenere informazioni e sostegno più tra di loro, che da chi vende.
12) Non ci sono segreti. Il mercato on line conosce i prodotti meglio delle aziende che li fanno. E se una cosa è buona o cattiva comunque lo dicono a tutti.
14) Le aziende non parlano con la stessa voce di queste nuove conversazioni in rete. Vogliono rivolgersi ad un pubblico on line ma la loro voce suona vuota, piatta, letteralmente inumana.
16) Le aziende che parlano il linguaggio dei ciarlatani già oggi non stanno più parlando a nessuno.
19) Le aziende possono comunicare direttamente con i loro mercati. Se non lo capiscono potrebbe essere la loro ultima occasione.
20) Le aziende devono capire che i loro mercati ridono spesso. Di loro.
21) Le aziende dovrebbero rilassarsi e prendersi meno sul serio. Hanno bisogno di un po’ di senso dell’umorismo.
22) Avere senso dell’umorismo non significa mettere le barzellette nel sito web aziendale. Piuttosto, avere dei valori, un po’ di umiltà, parlar chiaro e un onesto punto di vista.
23) Le aziende che cercano di “posizionarsi” devono prendere posizione. Nel migliore dei casi su qualcosa che interessi davvero il loro mercato.
28) Molti programmi di marketing si basano sulla paura che il mercato possa vedere cosa succede realmente all’interno delle aziende.
29) Elvis l’ha detto meglio di tutti: “non possiamo andare avanti sospettandoci a vicenda”.
34) Per parlare con voce umana, le aziende devono condividere i problemi della loro comunità.
35) Ma prima devono appartenere ad una comunità.
40) Le aziende che non appartengono a una comunità della comunicazione sono destinate a morire.
45) Le intranet emanano noia (…)
46) Una intranet in buona salute organizza i dipendenti meglio di un sindacato.
50) Oggi, l’organigramma è fatto di link, non di gerarchi (…)
55) …comando e controllo sono visti con ostilità dai lavoratori della conoscenza e con sfiducia dai mercati on line.
74) Siamo immuni dalla pubblicità. Semplicemente dimenticatela.
78) Volete i nostri soldi? Noi vogliamo la vostra attenzione.
84) Conosciamo alcune persone della vostra azienda. Sono piuttosto bravi on line. Ne nascondete altri di bravi? Possono uscire ed entrare in gioco anche loro?
95) Ci Stiamo svegliando e ci stiamo linkando. Stiamo a guardare ma non ad aspettare.

Qualche mese fa due degli autori hanno proposto altre 121 tesi: “New clues”. Se anche questa volta ci hanno visto lungo come nell’ormai lontano 1999, ci aspettano anni di cambiamento e rivoluzione. I mercati come visto si adeguano. Ma le aziende?

Essere disruptive. La comunicazione non convenzionale.

Essere distruttive. La comunicazione non convenzionale.

Se non comunichi o continui a comunicare come sempre e questo non porta risultati evidentemente c’è qualche problema.

Un centro estetico, un centro fitness, un centro medico o anche un locale commerciale, gli esempi potrebbe essere innumerevoli, che si limitano a dire “noi facciamo questo..” “con uno sconto del…” “a maggio una promozione…”, “azienda leader nella tecnologia…” “da noi qualità e servizio”, “bla bla bla”, assomigliano sempre più a un “venghino signori venghino” di fantozziana memoria.

Pensate veramente che, in un mercato così affollato di messaggi pubblicitari, il vostro modo di comunicare abbia qualche chance di essere notato?

Pensate seriamente che, una volta realizzato un messaggio, magari anche buono, possiate adattarlo così com’è su tutti i supporti, anche in ambito digitale, senza tener conto delle caratteristiche della piattaforma sul quale lo inserite?

E comunque, in tal modo, pensate di dare valore al vostro marchio?

Dovete essere disruptive.

Disruptive vuol dire un modo diverso di pensare la comunicazione. Dirompente, atta a rompere gli schemi mentali abituali, i comportamenti standard. Il termine venne coniato da un famoso pubblicitario, Jean-Marie Dru, nel 1996, prima ancora che si parlasse di marketing non convenzionale. Molto di più che una comunicazione differente, Disruption è un metodo, un modo di pensare e una forma mentis. Un modo di interrogare la realtà, di rompere con ciò che è stato e di rifiutare le convenzioni.

Analizzare lo scenario, identificare il punto di rottura delle convenzioni e dar vita a una nuova visione. Un’idea disruptive, che può nascere da un nuovo servizio offerto, dall’osservazione della realtà aziendale o da un semplice cambiamento nella comunicazione, può già contenere in sé una nuova visione del marchio o dell’azienda. Una visione disruptive, se ben focalizzata, è quanto di più potente abbiate mai provato nel mondo della pubblicità. A ben pensarci cominciare a comunicare, per alcune realtà, è già disruptive. Ma questo è un altro discorso!

Benvenuti in una nuova era.

(estratto da “30 e + idee per avere successo” scaricabile su www.k80.it)

Davide, Golia e il marketing

Davide sconfisse Golia con un metodo. Il re guerriero conosceva il suo avversario, la sua forza e le sue debolezze. L’esperienza in tante battaglie gli suggerì di non essere avventato, di domare la rabbia e l’orgoglio e di sfruttare la sicurezza dell’avversario a suo vantaggio. Si fece raccontare dagli uomini dell’esercito israelita le numerose e vittoriose sfide di Golia. Rifiutò l’armatura perché lo rendeva pesante. Sapeva che doveva puntare sulla sua agilità rispetto al gigante, e sapeva che doveva evitare un corpo a corpo ed esser lontano dalla portata della spada del suo avversario e non si irretì quando Golia, vedendolo come un ragazzino, lo derise. Sappiamo come è finita. Tramortito da una pietra scagliata dalla fionda di Davide, Golia si ritrovò la testa mozzata dalla sua stessa spada. Continua a leggere

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